Al cambiamento climatico dobbiamo rassegnarci, poiché è già qui; potremo forse rallentarlo nel medio periodo o invertirne la tendenza nel lungo, lunghissimo periodo, ma adesso dobbiamo farci i conti. Questo significa accettare che con venti a 120-130km/h va giù tutto, ma gli alberi restano la soluzione, non il problema, e come noi sono vittime del cambiamento climatico, perciò, se vogliamo almeno risolvere le bombe di calore, dobbiamo pensare le città del futuro a misura di albero. Città nelle quali i disturbi agli alberi siano minimizzati, nelle quali il paesaggio ipogeo dove risiedono le infrastrutture delle città sia oggetto di specifica progettazione e adottare soluzioni “specie-specifiche” in grado di implementare benessere e stabilità degli alberi. Nelle città la gestione dei pini domestici si fa problematica per via della cementificazione che reprimere la crescita lussureggiante e l’architettura di questi straordinari alberi. Le tecnologie e le conoscenze sono già disponibili, basta adottarle: occorre progettare giardino, parchi, aree verdi con consapevolezza e responsabilità, componendo terreni che siano adatti ai Pini e alla dignità degli alberi, rendendo inutili oltre che pericolose le potature. Quando si sente dire che bisogna alleggerire i pini altrimenti potrebbero crollare con le nevicate, le piogge torrenziali o i forti venti, è l’ignoranza, la mancanza di sensibilità e la grettezza umana o amministrativa che lascia sfuggire dal recinto dei denti tali falsità. I pini se messi a dimora con competenza vivono oltre i 250 anni e se si è predisposto il giusto spazio per le loro necessità non necessitano di complessi interventi di potatura. La presunta fragilità dei Pini nei confronti di neve, pioggia o vento, non riguarda esemplari integri di norma, ma antropizzati, cioè più o meno condizionati dalla mano dell’uomo. Purtroppo, di fronte agli schianti o ai crolli di questi Pini artificiali, la risposta non è mai “forse non avrei dovuto potare” ma piuttosto, “avrei dovuto potare di più”. Potenza della stupidità umana.Dal punto di vista architetturale, da cui la corretta potatura non può prescindere, i Pini sono un insieme di assi dominanti di tronchi. Una delle prime regole della potatura è che i tronchi sono strutture rameali intangibili, reciderli significa lo sconvolgimento ormonale dell’albero. Per questo motivo la capitozzatura dà luogo a danni vegetativi e strutturali permanenti - lo stesso avviene con l’eccessivo svuotamento delle chiome. La potatura comporta sempre conseguenze gravi e permanenti, sia a carico della porzione aerea e, di conseguenza, dell’apparato radicale.Ancora oggi c’è chi capitozza gli alberi, comprese le conifere: un comportamento criminale e irresponsabile a cui bisognerebbe reagire penalmente. I pini raramente necessitano di potatura; si può solo rimuovere i rami danneggiati e di controllare la crescita nelle varietà nane. Se proprio non si può evitare, la corretta potatura di tutti altri alberi è quella che li accompagna nel loro sviluppo, operando con consapevolezza: prevenendo la formazione di alterazioni architettoniche, eliminando parti danneggiate o deperenti, anticipando la normale pulizia del fusto dalle vecchie ramificazioni laterali. La migliore potatura è quella che lascia l’albero libero di autodeterminare la propria forma. Un solo errore può essere fatale. Un Pino capitozzato o svuotato non è quasi mai recuperabile.Una fondamentale ma quasi sempre disattesa prescrizione impone di disinfettare sempre gli arnesi da taglio, tra una potatura e la successiva, con Sali di cloruro di ammonio quaternario (impiegati nelle serre) o a fiamma viva, per impedire la trasmissione di patogeni fungini e virus.I pini non si potano: il vento non deve penetrare dentro la chioma, ma scorrere esternamente. Ad ogni ramo eliminato si perderà in automatico la radice che lo alimenta. Non spalcare la pianta, perché se si fa crescere in altezza si aumenta la leva di carico mettendo a rischio la stabilità.
Regola n°1 In arboricoltura le piante vergini e sane non si potano. Intervenire con le potature alterando le naturali architetture rameali delle diverse specie nella presunzione di migliorarne le prestazioni dinamiche e statiche, conduce al disastro. Può sembrare contro intuitivo, ma è così. Gli alberi caduti per carico di vento hanno subito o potature o danni all’apparato radicale. Quando tagliate la cima ad un cedro ad esempio, pensando di renderlo meno pericoloso, state facendo l’esatto contrario: la pianta in automatico seccherà la radice principale di ancoraggio della pianta e quella che alimenta la cima, cioè il fittone, Regola n°2 Essendo la chioma del pino una struttura chiusa, compatta e caratterizzata da rigidità per resistere ai forti venti, l’intervento di cimatura della chioma interrompe per sempre questo perfetto meccanismo mettendo in crisi l’albero. Pochissime specie, ad esempio le Fabaceae, adottano il principio di “trasparenza”, formando chiome che si lasciano più o meno attraversare dal vento. Il secondo errore da evitare è l’eccessivo diradamento della chioma. Togliere tutti i rametti laterali lungo al ramo,lasciando solo un ciuffetto al termine (coda di leone), comporta l’allungamento abnorme del ramo.Tagliare non oltre 1/3 della lunghezza del ramo, appena oltre un nodo da cui partono due o tre rametti, avendo cura di non danneggiarli in modo che potranno chiudere la chioma ripristinare nuovi rami apicali. Questa potatura di ritorno limita e danni causati dal fatto che nel Pino recidere le parti apicali deirami (le punte), che corrispondono agli apici vegetativi, è un grave errore, perché implica la crescita anormale degli apici rimasti, si creano scompensi ormonali a causa del crollo della produzione ormonale aerea che impone una contrazione dell’apparato radicale. Questa, in futurocauserà la rottura o la piegatura di una branca che sbilancerà il fusto o la chioma, con il derivante squilibrio statico e dinamico dell’albero e conseguenze non rimediabili per la stabilità dell’albero. I Pini a questo meccanismo di risposta sono più sensibili di altre specie non avendo gemme latenti o avventizie. Nei Pini le gemme apicali intrattengono un dialogo costante con gli apici radicali; è il modo con cui l’albero prende coscienza di sé ed affina le strategie morfogenetiche di crescita e sviluppo. Una o due leggere potature passi; tre volte inizia ad essere un problema, alla quarta o quinta potatura (aggravata da scavi di manutenzione ai sotto servizi urbani) è un disastro. Regola n°3 Nemmeno i rami secchi possono essere tagliati via senza considerazione, anche questi rami servono all’equilibrio meccanico dell’albero in reazione ai venti dominanti; anche il secco fisiologico di piccole dimensioni che si trova all’interno della chioma contribuisce all’equilibrio dinamico dell’albero e non deve essere diradato. Questo principio è valido per tutte le Pinaceaecomprese quelle non mediterranee. Se proprio non si può evitare, i tagli devono essere minuziosi e mirati e non devono assolutamente compromettere gli equilibri dell’esemplare arboreo, le chiome possono essere solo delicatamente diradate e alleggerite, altrimenti si creano rotture di branche considerevoli, schianti o addirittura la morte in piedi dell’albero. Regola n°4L’unica potatura ammissibile è quella di formazione, che aiuta l’albero a portare a termine in maniera adeguata il suo progetto di costituzione della chiomaI rami del pino a differenza delle altre specie hanno una crescita in lunghezza indefinita e non hanno la capacità di rinnovo della massa foto sintetizzante. La chioma, con la sua struttura compatta, è perfetta per resistere ai venti. Negli interventi di potatura occorre quindi stare molto attenti a non compromettere questa struttura perfetta. L’intervento auspicabile consiste nel tagliare i rami che si staccano dal profilo compatto della chioma, eliminando solo la parte disecco che li riguarda, senza eliminare il secco interno alla chioma in quanto serve a tenere uniti i rami aiutando la parte esterna della chioma a rimanere compatta e a fargli scivolare sopra e sotto i venti. Regola n°5L’apparato radicale è fortemente influenzato dalle potature. Se sono sconsiderate, l’albero è destinato a cadere anche a distanza di anni dall’intervento cesorio. Non intervenire eccessivamente! Non potare mai più di 1/3 della chioma, né effettuare tagli drastici di grosse branche, poiché ciò può indebolire irreversibilmente l'albero. Rispettare la struttura naturale. L'obiettivo è aiutare, non trasformare. Un pino deve mantenere la sua forma naturale per mostrare tutta la sua bellezza e il suo potenziale. I pini hanno un ottimo apparato radicale che gli permette di colonizzare e crescere su terreni incoerenti, perciò sono da evitare come la morte rotture e danni al particolare apparato radicale che a differenza delle altre piante lavora in compressione invece che in trazione: scavi, potature eccessive, erronea coltura nei vivai, fresatura dei noduli radicali). È sufficiente fare un danno ad una parte dell’apparato radicale per pregiudicare la stabilità dell’albero. Si hanno avuti ribaltamenti dei pini con il terreno saturo d’acqua e con carico di neve. Non avendo un terreno sabbioso e ghiaiosole radici perdono di aderenza e si sfilano dalla terra (effetto sapone). La maggior parte delle latifoglie delle zone temperate perdono il fittone all’esordio della maturità, ma non i Pini, che mantengono un possente fittone permanente di origine embrionale,fondamentale elemento anatomico il vigoroso fittone verticale è posto in continuità con il fusto, al quale si affiancano robuste radici fascicolate, più o meno orizzontali, a loro volta dotate di fittoni secondari. Nel tempo i fittoni si ramificano orizzontalmente, a più livelli di profondità, costituendo una serie di palchi radicali sovrapposti. Il fittone principale, a differenza di altri alberi, svolge un ruolo determinante nella costruzione dell’apparato radicale dei pini. Il Pino esibisce un fittone molto sviluppato, solidale al tronco e molto attivo nel dissipare l’energia del vento che dalla chioma viene traslocata attraverso il tronco alle radici. Il fittone è accompagnato da numerosissime radici fascicolate di modeste dimensioni che sviluppano a loro volta nel tempo dei piccoli fittoni. Alla base delle grandi radici fascicolate e delle ramificazioni orizzontali dei fittoni, si formano anche numerose radici avventizie che, stante un modesto livello di lignificazione ed un diametro più o meno costante fin dalla loro origine, vengono comunemente dette radici corda. A differenza delle radici fittonanti (verticali) e di quelle fascicolate (orizzontali), le radici corda non hanno una direzione di crescita prestabilita e esplorano il terreno in tutte le direzioni, occupando i volumi compresi tra gli altri e più rigidi elementi dell’apparato radicale. Esiste poi una grande quantità di radici di assorbimento, fini e ramificate, che completano la colonizzazione del substrato. Le radici fittonanti e fascicolate sono di fatto perenni o lungamente permanenti, mentre le radici corda vanno incontro ad un lento ricambio e le radici di assorbimento, infine, sono tipicamente temporanee nel breve periodo. Questo schema generale è comune a tutti i Pini, pur se con variazioni qualitative e quantitative come espressione dell’adattamento delle diverse specie a varie tipologie fisiche di substrato; questo è ciò che avviene in ambiente naturale. In ambiente urbano ci troviamo per la maggior parte dei casi davanti ad alberi che provengono da vivaio dove, a causa del sistema di allevamento, il fittone viene sistematicamente tagliato in fase di rinvaso e le numerose radici orizzontali che vengono ripetutamente tagliate, tenderanno a seguire il profilo del contenitore diventando pericolose radici strozzanti. Oltre a ciò, anche se ci troviamo di fronte ad esemplari ben allevati si potranno presentare problemi dovuti a scavi o alle elevate pressioni causate dall’eccessivo compattamento del traffico veicolare. Le radici del pino in queste condizioni tendono a formare caratteristici noduli radicali che sono in definitiva la causa dei danni apportati a manufatti quali strade muri marciapiedi. I noduli radicali, relativamente comuni in tutta la famiglia delle Pinaceae (quindi presenti non solo nei Pini), sono particolari formazioni iperplastiche di natura parenchimatica che si formano sulle radici corda. La funzione dei noduli è principalmente, ma non esclusivamente di natura meccanica: queste strutture sono infatti in grado di esercitare sia una attività di divaricazione tra gli elementi rigidi ed inamovibili presenti nel substrato sia un’attività di consolidamento tra quelli dispersi ed incoerenti. La formazione dei noduli si innesca quando le radici corda sono soggette ad un carico orientato, carico che talvolta aumenta proprio in seguito alla formazione del nodulo; in questo modo si genera una sorta di reazione a catena che porta alla sovrapposizione di diverse generazioni di noduli, tra loro reciprocamente anastomizzati (proprio come i canali intrecciati che formano i fiumi naturali) e frammisti ad elementi inerti, sorta di estesi “scudi nodulari” che, a questo punto, esercitano anche una formidabile azione stabilizzatrice del substrato. L’indiscusso maestro delle formazioni nodulari è il Pino domestico. In condizioni naturali è assai probabile che l’ipersensibilità al carico orientato delle radici corda di questa specie sia una sorta di segnale di allarme nei confronti di incipienti destabilizzazioni del teorico substrato ideale – che per il domestico sarebbe non solo prevalentemente ghiaioso, ma anche in pendenza (declivo) cui il pino risponde con una attività plastica ad effetto consolidante. Se, però, al substrato potenziale sostituiamo ad esempio le pavimentazioni stradali, con radici corda costrette a muoversi tra la pavimentazione stessa ed il sottofondo, esposte alla pressione del traffico veicolare (o anche solo pedonale), ecco creato il perfetto demolitore. I noduli radicali svolgono una fondamentale attività strutturale, oltre che biologica: essi agiscono sinergicamente con il fittone e con le radici fascicolate per garantire un fisiologico rapporto dinamico tra il substrato e l’apparato radicale. Se pensiamo ai Pini come a delle grandi navi che poggiano su un substrato instabile e mutevole, sia esso fatto d’acqua o di ghiaia incoerente, ecco che gli scudi nodulari, con la loro connessione flessibile al colletto, ci appaiono proprio come delle ancore fissate al fondale. Serve il fittone, servono le radici fascicolate, ma, almeno in un suolo incoerente, ciò che evita lo sradicamento per cedimento del substrato – cioè l’estrazione di tutto l’apparato radicale – sono i noduli; figuriamoci poi se, come spesso accade, fittone e radici fascicolate se ne sono già andate da un pezzo; come quasi tutto negli alberi, anche i noduli sono ridondanti, surrogabili e resilienti, se eliminati tendono a formarsi nuovamente, ma c’è un limite.I Pini di grandi dimensioni sono tra gli alberi con le radici più profonde, tra i Pini, il domestico ha il primato di profondità. I Pini sviluppano anche potenti radici superficiali (apparato radicale fascicolato) e una cosa non esclude l’altra. Può certamente capitare di vedere Pini senza fittone, ma questo è il risultato di uno sviluppo patologico accidentale: risalita della falda, degenerazioni biotiche dovute a capitozzature intenzionali e all’eliminazione del fittone nelle prime fasi della preparazione di materiale vivaistico. L’allevamento in vivaio è un argomento poco trattato ma importantissimo. La meccanizzazione delle attività vivaistiche, unita alla tendenza di utilizzare materiale di dimensioni considerevoli di “pronto effetto”, rende di fatto impossibile la salvaguardia dell’integrità del fittone. L’effetto più evidente lo si vede nell’impalcatura dell’albero, con la precoce formazione dei grandi palchi reiterati. Questi palchi anomali presentano potenti ed inedite connessioni con le radici fascicolate per tramite di grandi colonne cambiali, dotate agli estremi di elementi di raccordo – detti pseudostipiti e pseudocontrafforti – che pur simulando strutture anatomiche assai comuni in altre specie (ad esempio molte latifoglie e le Cupressaceae), nel Pino domestico, assumono invece un carattere patologico di rilevanza diagnostica. In secondo luogo abbiamo tutte le modifiche indotte dall’esecuzione di potature eccessive o tecnicamente insensate. Abbiamo poi le tante mutilazioni che derivano dal taglio delle radici fascicolate e dalla ciclica asportazione delle strutture nodulari per la manutenzione di marciapiedi “danneggiati”. Anessun albero piace essere circondato al colletto da manufatti (le Querce, ad esempio), i Pini li tollerano meglio di altre specie, producendo le famigerate formazioni nodulari (originate da specifiche radici di natura fascicolata) responsabili dei danni alle pavimentazioni attribuiti a questa specie. Dunque più che la tombatura del colletto sono dannosi i ripetuti interventi di ripristino di ciò che gli alberi distruggono, in quanto comporta l’asportazione delle radici ritenute responsabili.Tutte queste malformazioni agiscono spesso sinergicamente tra loro, cronicizzandosi nel tempo e concorrendo alla progressiva erosione delle potenzialità di autosostentamento dei Pini. La potatura sconsiderata porta alla loro caduta, magari non subito, ma dopo decine di anni, ottenendo così l’effetto contrario a cui si mirava: si rende pericoloso l’albero peggiorandone la stabilità. Gli eventi meteorologici fanno il resto innescando un’arma ormai da tempo carica. Marginali sono invece le insorgenze patologiche in senso stretto, come le degradazioni fungine (le carie del legno). La prima ragione è di natura aerodinamica; a causa dei forti venti che investono il nostro territorio negli ultimi anni fa spesso notizia il cedimento dei pini. Memori delle nostre esperienze possiamo affermare che nel 90% dei casi questi schianti sono dovuti ad una mal gestione delle alberature e ad un materiale vivaistico di scarso o scarsissimo livello. A causa della perdita del fittone quando gli alberi vengono messi a dimora tendono rapidamente a disorganizzarsi architettonicamente. La conseguenza più evidente è l’impalcatura dell’albero (la formazione precoce dei grandi palchi) con, pini di altezza inferiore a quella attesa in base al diametro del tronco unita ad un tronco più corto, si tratta di esemplari il cui fittone ha subito ripetuti tagli nel corso dei trapianti di allevamento in vivaio precedenti all’impianto e che, perciò, anche in futuro non riusciranno a diventare maestosi.In pratica, a causa della precoce e sistematica eliminazione del fittone, non siamo più in grado di allevare i grandi Pini della nostra tradizione paesaggistica. L’unica soluzione consiste nell’affinare tecniche di trapianto rispettose delle peculiarità anatomiche dei Pini e soprattutto lavorare con materiale vivaistico di dimensioni contenute. Le principali patologie e difetti che colpiscono gravemente l’apparato radicale dei pini sono le alterazioni di natura morfologica che derivano dalla perdita del fittone. Decisa la messa dimora di pini è indispensabile partire da un materiale vivaistico di qualità, ben lavorato, con le sue radici integre e piccole, perché gli alberi iniziano da piccoli, partono da un seme, però il futuro del pino è un futuro di inviolabilità totale, metterlo in tali condizioni significa separare dall’apparato radicale i sotto servizi urbani, soprattutto un futuro di salute e stabilità del Pino. Gli alberi adottano diverse soluzioni per reagire alla spinta del vento. La prima, comune a moltissime latifoglie, è di possedere chiome a geometria variabile che si fanno più compatte e dense sotto la spinta del vento, orientandosi nel suo flusso. La seconda soluzione, adottata dai Pini, è quella della “invisibilità” rispetto al vento: si tratta di alberi con chiome a geometria rigida ma aerodinamica, in grado non solo di ridurre la turbolenza, ma anche – grazie al loro profilo alare – di generare portanza. Se osservate la chioma dei pini domestici, vedrete che la parte inferiore è una linea orizzontale parallela al suolo, mentre la parte superiore è una linea convessa: due linee che procedono assieme formano un profilo alare (esattamente come negli aerei). Quando il vento passa sotto la chioma lo fa linearmente, quindi con una velocità elevata, perché non ha nessun disturbo, sopra il vento rallenta perché è costretto a seguire una curva. L’effetto che ne consegue è detto portanza (che permette all’aereo di stare appeso all’aria), i Pini domestici (e quelli marittimi in età matura) in realtà volano nel vento, non lo contrastano, per volare la loro chioma deve essere compatta e non deve essere alleggerita né diradata, perché il loro profilo serve per non sentire il vento. Quando i pini nei parcheggi cadono dopo essere stati potati è perché atterrano (esattamente come fa un pilota che alza gli alettoni dell’ala riducendo la portanza per atterrare); il tronco poi non serve per tenerli in piedi, ma per impedire che volino via ancorando la chioma al suolo.
Tutti gli alberi sono architettonicamente riconducibili a schemi organizzativi detti “Modelli architetturali”, minimo comune denominatore della forma arborea, se ne conoscono 22. Un albero non si costruisce per caso ma obbedisce a precise regole genetiche, cresce e si sviluppa passando necessariamente attraverso una serie di tappe ordinate e obbligatorie tipiche della sua specie. Partendo dalla disposizione nello spazio e nel tempo dei tratti costitutivi e funzionali dell’albero: tronco, rami, foglie e fiori, siamo in grado di definire il suo modello architetturale.Questi Modelli descrivono l’organizzazione spaziale di ogni esemplare, con particolare riferimento ai rapporti gerarchici tra le diverse ramificazioni. In effetti, gli alberi sono di norma costituiti dal concorso di uno o più tronchi, cioè ramificazioni gerarchicamente dominanti, e di branche in senso stretto, cioè ramificazioni gerarchicamente dominate. I Pini appartengono, con variazioni sul tema, al Modello architettura vegetale di Rauh: tronco monopodiale (se l’asse vegetativo è generato a partire da un unico meristema a funzionamento indefinito e la sua continuità è assicurata dalla gemma terminale detta apicale), a ramificazione ortotropa (un ramo che durante la crescita tende ad andare verso l’alto assume una disposizione di tipo ortotropo), crescita ritmica (regioni temperate); sessualità laterale (questa posizione della sessualità non interrompe la crescita apicale del ramo e non influenza il suo sviluppo. Tutti i Pini mediterranei hanno attitudine ruderale e pioniera, si sono evoluti per colonizzare substrati poveri, ben drenati, areati fino in profondità, più o meno incoerenti. Generalizzando potremmo dire che i Pini domestici sono gli specialisti delle ghiaie, i Pini marittimi delle sabbie e i Pini Aleppo degli ammassi rocciosi più o meno incoerenti; si tratta di substrati infidi, poco propensi ad accettare le sollecitazioni fisiche che derivano dalla presenza di un albero. Per questo motivo, la prima preoccupazione di un Pino è quella di consolidare il sito di radicazione, a questa esigenza risponde l’incredibile organizzazione ipogea di questi alberi, organizzazione che nei suoi dettagli, varia in funzione del substrato di riferimento. Nel Pinus Pinea osserviamo un vigoroso sviluppo tanto del fittone che delle radici fascicolate, nel Pinus pinaster (sin. Pinus maritima), abbiamo una prevalenza relativa del fittone, mentre nel Pinus halepensis possiamo apprezzare una maggiore importanza delle radici fascicolate. Nell’Halepensis, in particolare, le radici fascicolate sono adattate per insinuarsi tra le rocce, avvolgendole ed abbracciandole, pur senza esercitare forzature che potrebbero avere un effetto destabilizzante; se alle rocce sostituiamo i manufatti urbani otterremo dunque un apparato radicale assai robusto, ma, almeno se paragonato a quello di altri Pini, relativamente delicato nel suo agire (un consiglio per l’ingegneria ambientale). I pini mediterranei vegetano in condizioni estreme lungo le coste del Bacino del Mediterraneo, costruendo un’architettura arborea complessa, caratterizzata da strutture rigide capaci di resistere perfettamente ai venti, con cui giocano senza subirlo.Il Pino domestico presenta di norma un possente tronco principale su cui si innestano con ciclica regolarità i palchi di tronchi secondari assurgenti, assume nel tempo la caratteristica forma ad ombrello. Pinus pinea ha chioma totalmente rigida in cui tutti i rami si bilanciano tra loro e basta vedere da vicino una di queste strutture per capire che al contatto con il vento nulla si muove. La chioma sembra quasi sospesa nel cielo, come un grosso disco volante, riuscendo a smorzare completamente la forza del vento e abbattere tutta l’energia che può incidere sulle radici attraversol’intreccio tra le ramificazioni e i possenti palchi che sono indispensabili all’equilibrio del tronco. Il Pino marittimo presenta a sua volta un fusto chiaramente dominante ma più discreto dal quale diramano numerose ramificazioni laterali orizzontali e più o meno equivalenti. In gioventù ha portamento grossolanamente piramidale poi, nella fase adulta la chioma si presenta irregolarmente ombrelliforme e meno espansa, il marittimo mantiene una sorta di forma assai più contenuta ed assurgente rispetto a quella di Pinus pinea, con struttura altrettanto rigida ma più irregolare e aperta nel corso degli anni. Negli esemplari maturi, tende ad arrotondarsi e persino ad acquisire un interno a forma di campana cava dovuta alla disposizione dei rami che di solito si trovano all'apice del tronco, lasciando la base notevolmente sgombra. La chioma sollecitata dal vento si comporta strutturalmente come Pinus pinea.Il Pino d’Aleppo forma un tronco robusto e irregolare dal quale, assai precocemente, diramano complessi rameali del tutto indipendenti che simulano altrettanti giovani Pini. Per Pinus halepensisil discorso è decisamente più articolato perché l’albero ha una chioma espansa disordinata e si muove sinuosamente a contatto con il vento, prendendo forme bizzarre e artistiche, tortuose e scultoree che lo rendono vero rappresentante delle scogliere rocciose e brulle. La chioma del Pinus halepensis è formata dai cosiddetti globi di fronda che lo rendono simile a una nuvola, da qui l’aspetto originalissimo di questo albero. I globi di fronda sono strutture rigide che formano a partire da terra una cortina frangivento dove ogni cosa è al suo posto come in un perfetto ingranaggio che permette l’equilibrio tra tronchi. Queste affascinanti caratteristiche hanno un unico scopo: dissipare tutta l’energia possibile che può incidere sull’apparato radicale. Le specie del genere Pinus non hanno gemme dormienti o avventizie in grado di produrre nuova vegetazione, come possono le latifoglie; per questo motivo se sottoposti a svuotamento o alleggerimento della chioma i Pini non possono più sostituire la vegetazione persa nella stessa posizione. Perciò all’eccessivo svuotamento della chioma (alle potature) il Pino risponde con uno spropositato allungamento delle ramificazioni superstiti per sostituire con nuove aghi quelli tagliati via e permettere alla chioma di fare quello che faceva prima, quindi sui condanna il Pino a diventare instabile. Dall’altro lato, quando nel corso della sua evoluzione individuale l’albero entrerà in una fisiologica fase di autoriduzione della massa rameale, non troverà vegetazione interna alla chioma sulla quale “ripiegare”. In pratica, dunque, con lo svuotamento delle chiome condanniamo i Pini a carenze strutturali, causa di crolli e schianti, e ad una morte precoce. Le regole generali per la potatura delle specie del genere Pinus sono sostanzialmente le stesse già delineate. Tuttavia devono essere declinate in funzione delle caratteristiche delle diverse specie. Per il Pino marittimo, quando non vi siano alterazioni particolari, l’unico intervento ammissibile è l’eliminazione delle parti morte. Per il Pino d’Aleppo, adattato per crescere su rupi e strapiombi, le limitazioni ai tagli sarebbero ancora più restrittive perché presenta una sorta di iper reattività alle potature, quando malamente eseguite, che portano alla completa disorganizzazione delle chiome. Il paradosso un po’ macabro è che questa risposta parossistica viene talvolta interpretata come dimostrazione di vitalità.Come tutte le specie arboree, anche i Pini sono il sofisticato ed efficiente risultato di un lento processo evolutivo di adattamento alle condizioni ambientali e fisiche del contesto naturale. Come individui gli alberi sanno essere estremamente plastici, traendo insegnamento dalle esperienze di vita e modificando il loro progetto originario per meglio adattarsi alle contingenze. Per queste ragioni, almeno in assenza di specifiche patologie o alterazioni architettoniche, l’albero integro e naturale rappresenta sempre la migliore soluzione possibile, anche dal punto di vista strutturale, tanto che ogni intervento, per quanto accorto, finisce per avere sempre carattere peggiorativo. Nel caso dei Pini, che interpretano molto “rigidamente” la loro relazione con il mondo fisico che li circonda, ogni più piccola intromissione può avere conseguenze molto gravi. Per avere Pini sani e robusti di alto valore estetico, la cosa migliore è fare il meno possibile; se necessario, rivolgersi a personale specializzato in grado di dettagliare ed eseguire solo ciò che è effettivamente indispensabile in una logica di lungo periodo, l’unica logica che gli alberi riconoscono. Tutti i Pini prediligono terreni sciolti e incoerenti: ghiaia, roccia, sabbia; hanno apparti radicali robusti e poco malleabili, costruiti a costo di grandi investimenti energetici e destinati a permanere per tutta la loro vita perciò sanno bene come difendersi. I loro apparati radicali (come quelli di Cedri, Bagolari e Larici, ad esempio) sono preparati per garantire perfetta stabilità proprio in circostanze di forti venti e substrati incoerenti. Quando indisturbati e privi di specifiche limitazioni gli apparati radicali dei Pini – con particolare riferimento al Pino domestico – sono tra i più profondi che si conoscano, ed offrono una formidabile capacità di ancoraggio agli alberi che li possiedono. Di conseguenza, se con il termine di “pericolosità” intendiamo una teorica propensione dei Pini allo sradicamento, possiamo dire che, almeno in termini generali, convivere con un pino è meno “pericoloso” che convivere con altre specie arboree.I Pini che cedono per sradicamento, in genere, non hanno subito un solo scavo o una fresatura, ma decine e decine di intromissioni e la potatura è una di queste: semplicemente non ne possono più. L’apparato radicale dei Pini, frutto di una sorta di “iper-specializzazione” evolutiva, risulta relativamente poco adattabile e, dunque, sostanzialmente intangibile. Questa intangibilità, se violata, non ha tanto conseguenze dirette sulla stabilità dell’albero nel breve periodo, quanto piuttosto sulla sua capacità di autodeterminazione morfologica. Nel pino domestico ad esempio, seguendo il principio di connessione funzionale tra le diverse regioni anatomiche dell’albero, i danni a carico delle radici fascicolate finiscono per avere ripercussioni dirette sulla vitalità e sulla organizzazione architettonica dei grandi palchi reiterati, mentre danni a carico del fittone compromettono lo sviluppo del tronco principale. In altre parole, l’aspetto esteriore del Pino tradisce puntualmente ciò che accade (o è accaduto …) al di sotto al piano di campagna. Se vogliamo Pini ben conformati, sani e stabili dobbiamo lasciare in pace le radici o, comunque, dobbiamo valutare attentamente le conseguenze di ogni disturbo.Una buona gestione del pino parte dal capire se la pianta è ubicata nel giusto contesto e se negli anni sono stati effettuati interventi che hanno interessato l’apparato radicale. Gli interventi di potatura dovrebbero limitarsi ad eliminare i rami compromessi o staccati dal profilo della chioma, eliminare il secco importante evitando di schiarire la pianta eccessivamente perché così facendo si espongono i singoli rami ad un eccessivo movimento dovuto al vento o al peso della neve e favorendone la rottura. Bisogna assolutamente evitare una potatura drastica come l’eccesiva spalcatura che, rivoluzionando l’architettura dell’albero, lo esporrebbe a forze nuove a cui non è preparato a reagire in quanto la presenza di rami è una grande fonte di dissipazione delle forze applicate all’albero. Altra potatura da evitare (purtroppo molto in voga ultimamente, in quando apparentemente alleggerisce notevolmente la struttura albero) è la cimatura a tutta chioma, nel tempo i rami cimati perdendo il leader perderanno la gerarchia naturale formando ramificazioni eccezionalmente disordinate e innaturali che aumenteranno notevolmente il peso delle branche. A volte sono necessari interventi un po’ drastici, soprattutto per riequilibrare l’architettura dell’albero in seguito ad interventi antropici mal eseguiti o a danni dovuti ad eventi naturali quali nevicate o venti anomali, occorrerà ben valutare l’intervento, a volte sarà addirittura meglio abbattere l’albero piuttosto che creargli nuovi danni che ne comprometterebbero definitivamente la struttura.Quando, seguendo la suggestione delle cronache, si parla di Pini “killer” e molte amministrazioni pubbliche, in preda a alberofobia, decidono per l’abbattimento di molti pini mediterranei ritenuti intrinsecamente instabili, si trascurano tre aspetti. Primo, lo stravolgimento di interi paesaggi culturali mediterranei fondamentali. Secondo, si dimentica che molti episodi drammatici che hanno per protagonisti i Pini si verificano in contesti nei quali queste specie sono assolutamente prevalenti in termini di composizione arborea del patrimonio vegetale; se si verificano episodi di particolare violenza, dunque, il coinvolgimento di un Pino risulta più come evidenza statistica che come espressione di una presunta fragilità della specie. Terzo, i Pini caduti hanno generalmente subito decenni di disturbi, intromissioni e sevizie dirette o indirette: attività vivaistiche inadeguate, scarsa cura alle caratteristiche del substrato all’impianto, disturbi idrologici, calpestio, fresature delle pavimentazioni, scavi, potature sconsiderate. Insomma, più del cedimento in sé, dovrebbe stupire quanto i Pini possano sopportare prima di cedere e non ci sono latifoglie che sopporterebbero lo stesso. In questo contesto le azioni per scongiurare una alberofobia potrebbero limitarsi a tre: conoscere, informare e prevenire. Conoscere significa studiare i Pini e la storia clinica individuale degli esemplari che cedono, per relativizzare il cedimento stesso al contesto nel quale si è verificato. Informare significa combattere i luoghi comuni che impediscono un giudizio limpido e realistico sulla propensione al cedimento di questi alberi. Prevenire, infine, significa evitare tutti i disturbi che possono erodere le potenzialità di autosostentamento dei Pini. I Pini sono alberi affascinanti, complessi, versatili ed affidabili. Possono vivere in suoli nei quali altre specie non potrebbero mai sopravvivere. Non richiedono potature o altri interventi colturali, sono anzi maestri dell’autodeterminazione. Dobbiamo solo lasciarli fare. Infine, la valutazione di stabilità si fa soprattutto con gli occhi. Basta sapere cosa guardare.Pensate alla meraviglia: i suoi antenati sono arrivati dalla Siberia e ci hanno messo milioni di anni per sviluppare il loro sistema ingegneristico di reazione al vento, hanno attraversato tutta l’Europa, sono arrivati nell’America settentrionale scegliendosi i luoghi più disperati dove gli altri alberi non attecchiscono, i Pini sono una meraviglia e bisogna imparare a convivere con loro.Momento migliore per la potatura. Quando l’albero è in riposo vegetativo le sue riserve di linfa consentono alle ferite di guarire più rapidamente e con meno stress. Il momento giusto per la potatura è importante per garantire il recupero ottimale dell'albero e ridurre al minimo i rischi associati. Non si dovrebbe mai potare un albero se è molto giovane, meno di 6-8 anni, rispettare la biologia e le esigenze dell'albero nonché l'ambiente in cui si trova. I Pini sono conifere sempreverdi perciò compiono la fotosintesi tutto l’anno, tuttavia il periodo vegetativo cala a livelli minimi d’estate, quando c’è molto caldo ocaldissimo a causa del cambiamento climatico e l’acqua scarseggia ed è assente per mesi. Nell’Italia settentrionale il ciclo annuo vegetativo mostra il massimo di fotosintesi nella stagione calda, ma rallenta da metà luglio a fine agosto, durante la stagione estiva più calda contemporaneamente alla penuria d’acqua. Questo non avveniva nel nord Italia prima del cambio climatico, ma solo nel Centro-Sud e nelle Isole, dove il massimo fotosintetico risulta spostato alla primavera; fatto generale nella fascia mediterranea. Dato che le potature degli alberi si fanno nel Nord Italia quando questi sono dormienti (le latifoglia), mentre nel Sud Italia, dove principalmente sono i sempreverdi, si potano quando rallentano l’attività fotosintetica, da giugno a settembre, a ottobre con l’arrivo delle piogge che attenua il gran caldo, riprendono a vegetare.Nel Nord Italia i pini possono essere potati tra gennaio-metà marzo, prima che inizi la gemmazione attiva che porta alla fioritura tra maggio e giugno, oppure dopo la fioritura e duranteil conseguente riposo vegetativo estivo a causa delle elevate temperature che, prima dell’impennata del cambio climatico avveniva alla metà di luglio, protraendosi fino a metà settembre. Nel periodo estivo i tagli produrranno più resina, ma le ferite guariscono più rapidamente e il rischio di parassiti e malattie è minore, la resina protegge i tagli dall’intrusione nel legno di agenti patogeni.Nel periodo autunnale l'albero sintetizza nutrienti e ormoni che stocca nell’apparato radicale permettendo di passare l’inverno e portare a termine la fioritura e fruttificazione.Devono essere evitati periodi molto freddi, umidi e piovosi o con la presenza di neve, questi sono tempi in cui l’albero è più vulnerabile a infezioni fungine e danni da gelo, tutte le potature sono da sospendere quando la temperatura scende sotto zero, poiché le ferite fresche possono diventare una porta d'accesso per funghi e insetti.
